Quasi nemici. Quando il tuo nemico diventa il tuo mentore

Quasi nemici. Quando il tuo nemico diventa il tuo mentore

Un altro film in sala si concentra sulle vicende di una donna, in questo caso una giovane studentessa universitaria, e ci fa riflettere ancora in tema di women empowerment. Si tratta del francese “Quasi nemici” di Yvan Attal.

Il sottotitolo ufficiale del film è “L’importante è avere ragione”, e l’intera storia si snoda intorno alla preparazione di un concorso di retorica tra facoltà per il quale, in rappresentanza della prestigiosissima e molto elitaria università Paris II Pantheon Assas, si qualifica Neïla Salah, studentessa di origine nord africana cresciuta nella banlieue multietnica, che sogna di diventare avvocato.

Il film si apre con Neïla che arriva in ritardo al primo giorno di lezione del professor Pierre Mazard, provocatore e pieno di pregiudizi che la sottopone a un fuoco di fila di battute razziste, davanti alla classe già seduta e intenta a prendere appunti.

La pubblica umiliazione viene diffusa in rete e il professore – non nuovo a comportamenti di questo tipo, e anzi già in passato costretto a risponderne – viene ripreso dalla commissione disciplinare che, esasperata anche dal danno all’immagine per l’università (notoriamente di destra), ne prospetta il licenziamento.

Non quindi senza calcolo, Mazard propone a Neïla di insegnarle l’arte della retorica perché possa partecipare al famoso concorso; la ragazza, inizialmente restia ad accettare la proposta, anche perché il professore rimane intollerante, sgradevole e cinico in ogni sua frase, si decide a cogliere l’occasione di apprendere da un esperto qualcosa che sicuramente le può servire per diventare avvocato.

I continui scontri verbali tra i due, inevitabili per le differenze generazionali e sociali esistenti tra loro, diventano pian piano per entrambi un’occasione di confronto e di crescita. Più Neïla diventa brava in eloquenza, più fa breccia nello scorbutico e supponente professore, che arriva a riconoscersi in lei, nella sua determinazione e nella sua bravura, e ad ammettere che le diversità che lei rappresenta (in quanto giovane, donna, proveniente dalla periferia, vestita in modo trascurato, con tutto ancora da guadagnarsi) incrinino le sue certezze sul mondo di oggi.

Accade così che questo bel film, oltre a fornire spunti di approfondimento molto attuali sul tema dell’integrazione culturale, consente di osservare da vicino alcune dinamiche del rapporto di mentoring, aiutando a metterne a fuoco i vantaggi – anche in un’ottica di women empowerment.

Accettando le lezioni del professor Mazard, che non sopporta ma di cui stima l’arte retorica, Neïla si lascia introdurre in un nuovo mondo, e incoraggiare a mettere a frutto con orgoglio il proprio talento – persino a “fregarsene” di ciò che ci si aspetta da lei, restando distaccata e imparando a non prenderla sul personale.

Non solo: dall’esperienza del suo mentore, uomo colto ma profondamente solo, Neïla impara anche a controllare le emozioni, a zittire il senso di isolamento che naturalmente pervade chi si cimenta in una nuova impresa, e al contempo a dar voce ai propri valori, alla propria visione.

Nel confronto con il professore Neïla ottiene validi consigli e supporto nella gestione dei problemi, nella pianificazione di una strategia coerente con la sua natura e la sua storia. Mazard offre all’allieva strumenti da utilizzare in relazione al contesto, e gliene disvela il funzionamento, aiutandola a servirsene con metodo e lucidità.

A sua volta, il professor Mazard, nei panni del mentore, fa la differenza nella vita di Neïla e le lascia qualcosa di sé. Di più, la ispira; al contempo, amplia la propria visione del mondo e arriva ad abbassare anni di solide difese (anche emotive).

Egli rimane sé stesso, non perde in coerenza e addirittura soddisfa il bisogno di diffondere tra i giovani la sua arte (la retorica), spingendosi ben oltre l’esigenza di ricostruirsi un’immagine di persona perbene per tenersi il posto di professore.

In un rapporto di mentorship, infatti, entrambe le parti traggono beneficio dalla relazione e imparano qualcosa. Il pregio del film sta nel riuscire a prospettare e rendere credibile un simile rapporto tra due personaggi che non potrebbero essere più diffidenti l’uno verso l’altro, autentici come sono nel ribadire la loro appartenenza a mondi che solo incidentalmente entrano in contatto (in università, in metropolitana, in un concorso che premia il merito…).

Il personaggio di Neïla ci manda un messaggio forte: è giovane, è arrabbiata, è diffidente, gioca in difesa, ma ha un sogno e vuole andare fino in fondo. E così trova il modo di trasformare una situazione di umiliazione nella scoperta di un mentore che possa fare la differenza nella sua vita.

Un mentore non è un modello di cui innamorarsi, ma qualcuno più competente da cui imparare qualcosa: Neïla non avrebbe mai scelto un professore razzista e sessista come modello!

La studentessa, pur con fatica, vede oltre gli aspetti repellenti del professore, e guardando attentamente sé stessa capisce quali risorse le servono per diventare l’avvocato che vuole essere – e dove trovarle.

Di più. Scegliendo quel tronfio professore come mentore, Neïla ha lasciato che lui vedesse in lei quel che ancora lei non vedeva chiaramente: si è fidata. Di sé, prima che di lui.

Il film ci mostra come sia importante far tesoro delle occasioni che ci si presentano, anche quando sembrano tutto fuorché un’opportunità.

Saper individuare un mentore anche laddove non ce lo aspetteremmo è un suggerimento molto importante, soprattutto sul lavoro. Di fondo, mantenersi flessibili e in grado di adattare la strategia alle situazioni anche critiche che si presentano, aiuta a raggiungere la meta.

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